È catarsi. Edipo Re torna con dolce asprezza

È catarsi. Edipo Re torna con dolce asprezza

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Il fascino tragico di “Edipo Re” si amplifica sul palco del teatro Elfo Puccini. Diviene manifestazione di alto coronamento di tutti i suoi più taglienti significati. C’era da aspettarselo. La regia di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia resta vicina al cuore dei grandi capolavori classici. Avvolge di un manto metaforico il profilo di questo nuovo Edipo, forgiato da una macchia indelebile, da una colpa che non si estingue, un fardello insormontabile voluto dagli dei. Ma questa è la storia che conosciamo. Il tocco che lo straordinario cast infonde all’opera ci proietta di fronte a una nuova emozione. Ci sorprende. In questa cornice macabra, che raffigura il parricidio e l’incesto in un solo tempo, il protagonista è spinto verso un cono di luce che ci lascia sperare in un finale meno infausto.

Si tratta di una fusione: tragedia e favola mescolate ma non contraffatte. Ecco il sapore di questo Edipo che ora ci abbaglia con la luce della possibilità, della resurrezione, della redenzione, e dopo ci riacchiappa, chiudendoci nuovamente gli occhi, facendoci sprofondare nelle tenebre. I colori spendono la loro essenza per creare il contrasto: la sabbia, i sassi, la carta, i pallidi costumi in pizzo e le classiche tuniche, che si mimetizzano con le cromature della terra, sono in antitesi con le immagini di sfondo intrise di incalcolabile tensione e angustia. I quattro attori, tra cui risuona la voce piena ed ebbra di Ferdinando Bruni, danzano tra personificazioni e stati d’animo in continuo sviluppo. Solo quattro attori che giocano, mutano forma, mediante potenti timbri e movenze ipnotiche.

Viene concettualmente stigmatizzata l’indissolubile lotta tra apollineo e dionisiaco. Non c’è pace tra loro perché sono uno la costola fondante dell’altro. Uno esiste solo perché esiste l’altro. E allora Edipo si fa messaggero per l’uomo di ogni tempo: ricorda che non può esserci conoscenza senza sofferenza, nessun ordine senza il caos, nessuna gioia senza il dolore, nessun paradiso senza l’inferno. E la colpa? Quale spazio alla responsabilità per un peccato dettato dalla cieca volontà divina?

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