Compassione. Pietà o raggio d’amore?

    Compassione. Pietà o raggio d’amore?

    Le parole possono custodire al proprio interno un nido di curiose possibilità. Se solo passiamo alla traduzione in una lingua differente, scopriamo quanto ampio sia il ventaglio dei significati che investe una parola. La lingua, la famiglia da cui essa trae origine, ne determina la vera identità che è molto più di una accezione, ne costruisce il senso, il cuore, l’intimo carattere. Talvolta risulta difficile tradurre, se non addirittura impossibile, senza tradire il vero significato. Mentre i linguisti ce lo insegnano in termini rigorosi, etimologici ed ermeneutici, i filosofi ci aiutano a riflettere sulla relazione che battezziamo quando attribuiamo un senso piuttosto che un altro a questi piccoli universi che sono le parole.

    Proviamo a estrarre dal cilindro una parola fra le più profonde e intrise di sentimento: la compassione. Qual è il senso che germoglia quando pronunciamo questa parola? Per noi italiani e per tutti coloro che parlano una lingua latina, la compassione porta a concepire una certa partecipazione alla passione di chi prova dolore. Si tratta di una pietas che conduce alla benevolenza verso chi soffre. Questa la nozione che si genera nelle menti abituate dalle lingue che appartengono al ceppo latino, poiché la radice “passio”, di cui consta il termine compassione, significa propriamente sofferenza. In tedesco, in svedese, in ceco o in polacco, la stessa parola, diversamente, rimanda a un nuovo concetto, quello del sentimento in via più generale. La compassione, nei suoni di una diversa lingua, non viene più stretta nella cinta esclusiva della passione che genera dolore. Questo sentimento diviene, qui, un sinonimo di amore.

    Basta oltrepassare i confini di una lingua per scoprire che provare compassione può tradursi con un nuovo significato. C’è una forza nascosta in questo termine e, per scoprirlo, è sufficiente cambiare prospettiva linguistica. Avere compassione indicherebbe allora una comunicazione diretta con un altro individuo verso il quale saremmo indotti a provare un co-sentimento: vivere insieme a qualcuno la sua disgrazia, ma anche provare insieme a lui qualsiasi altra emozione. La felicità, il dolore, la gioia e l’angoscia, sono tutte passioni agganciate alla medesima facoltà di esperire insieme all’altro. Questa compassione si qualifica con un valore empatico di grande importanza, distinguendosi come una capacità massima di immaginazione affettiva. Una sorta di telepatia delle emozioni, come ci suggerisce il poeta ceco Milan Kundera, portavoce – in un’insostenibile globale leggerezza – della distanza esistente nelle traduzioni di una parola che porta con sé un carico di supremo sentimento.

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