L’autobiografia. Un bisogno di raccontarsi

L’autobiografia. Un bisogno di raccontarsi

Da quale intimo porto salpa il desiderio di raccontare di sé? Grovigli di esigenze e necessità insopprimibili prendono corpo svelando – e velando – la coscienza dell’uomo sino a estrapolarne le radici più profonde. Si tratta di uno slancio, un irrefrenabile desiderio di offrire, a uno spettatore, lo spettacolo della propria vita. Questa è l’autobiografia: opera che nasce per raccontarsi, mettersi a nudo, allo specchio, con il tutto il carico, senza filtri.
Ma quanto saranno fedeli al vero quelle parole che sorgono e tramontano nella medesima persona? Questo spazio, per definizione, si conforma in un’espressione del tutto soggettiva. Il punto è proprio questo. Il genere referenziale autobiografico resta un territorio immenso e in gran parte inesplorato, come ci fa notare Lejeune. Il critico francese ci spiega perché sia così altamente difficile far passare l’esame a un testo così particolare, sui generis.
L’autobiografia, infatti, rappresenta un viaggio nella memoria che deve aderire il più possibile al reale corso degli eventi. Bisogna che ci sia trasparenza e fedeltà. Si deve instaurare un rapporto di fiducia tra autore e lettore fino a stipulare un vero patto che unisca le parti in una relazione di apertura limpida, da un lato, e di ascolto privo di giudizi, dall’altro. Si chiede sincerità all’autore, benché non sia facile portare alla luce sentimenti passati edulcorati o anneriti dalla tonalità delle emozioni presenti. Sono in pochi a rispettare questo patto. Non tutti sanno promettere come ha fatto Rousseau nelle sue “Confessioni”, di darsi per intero e non di profilo, «trasparente come un cristallo».

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